LA QUESTIONE DELLA LINGUA IN
ITALIA
Flora
Simonetti
Coelho
(UERJ)
Innanzitutto è opportuno dire che nessuna nazione dell’Europa e forse del mondo
è stata attraversata, come l’Italia, da un’eterna
questione della lingua.
Le ragioni di questo fatto
sono
tante, ma la principale è che la penisola italiana, a differenza delle altre
nazioni, non ha mai avuto un
centro
culturale
veramente
predominante, come
per
esempio: Parigi in Francia.
Non avendo avuto mai un
centro
culturale che dettasse legge, ha avuto, però, il privilegio di poter contare
sempre
su uomini di grandissima intelligenza ed immensa
cultura,
che, a
loro
volta,
sono
stati il prodotto di
una
civiltà storica. Sicchè,
quando
sul
grande
ceppo
latino,tra
i secoli IX e XII d. C., sorsero le lingue romanze o neolatine (il portoghese,
lo spagnolo, l’italiano e il francese), l’Italia tra i secoli XII, XIII e XIV
subito
si
distinse dando vita ad
una
civiltà che non aveva l’eguale in Europa.
Basta
pensare alle Repubbliche marinare (Venezia, Genova,
Pisa
e Amalfi) e ai Comuni (Firenze, Lucca, Milano, Napoli e Bologna, dove ebbe
origine la
prima
Università),
per
rendersi
conto
a che punto di ricchezza, di bellezza e di
cultura
giunse l’Italia tra i secoli XII e XIV.
Santi come San Francesco e San Tommaso, pittori come Giotto, pochi come Jacopone
da Todi, Guinizzelli, Cavalcanti e Dante e ancor poeti come quelli della Scuola
Siciliana
e poi Petrarca e Boccaccio nascono e producono nel territorio della penisola
italiana tra i secoli XII e XIV.
Che cosa avviene nel
campo
della lingua?
Ecco: Dante, nel De Vulgari eloquentia (1304) teorizza “lo
stil
novo
,”
vale
a dire un concetto di lingua che non doveva avere
per
base
nessuna lingua regionale, in
quanto
tutte, le trovava rozze. Sostiene egli,
per
primo,
che la lingua italiana doveva essere
una
lingua dal tono elegantissimo, purissimo e dolcissimo. Usando lo
“Stil
Novo”,
scrive
prima
la “Vita Nuova”e poi la “Commedia”, che Boccaccio chiamerà
divina.
Col titolo di “Divina
Commedia”,
la cominciarono a stampare gli editori del Cinquecento e così
si
continua a stampare ancora oggi.
Con Dante, il
vero
e
grande
padre
della lingua italiana, il quale aveva saputo dare al plurilinguismo un’unità
linguistica di altissimo livello, basata
sul
fiorentino, comincia in Italia la questione della Lingua che
si
protrarrà
sino
ai giorni nostri e forse non terminerà mai.
Il
perché è facile capirlo.
Dante
era
riuscito a compiere il miracolo di creare
una
lingua straordinaria. Aveva creato
una
lingua di
alto
livello, avente come
base
la lingua fiorentina.
Petrarca ne continua l’opera, arrivando, però, a spargere il plurilinguismo
dantesco
per
giungere ad un raffinatissimo monolinguismo. Libera il linguaggio di Dante da
tutti i suoni realistici e duri
per
arrivare ad
una
dolcezza melodica raffinatissima di cui non c’è uguale nel mondo. Quello che
fece Petrarca in
poesia,
Boccaccio lo farà nella
prosa.
Petrarca e Boccaccio
sono,
cosi, i responsabili della lingua italiana, che scorre con
una
eleganzia e con
una
surrealità assoluta anche attraverso la bocca dei parlanti di oggi.
A questo punto
si
aprì
uno
iato incolmabile tra la lingua letteraria italiana e i molteplici registri
regionali, chiamati dialetti, parlati dalle masse popolari delle varie
regioni italiane.
È il declinio della lingua
italiana, che
si
potrarrà
per
tutti i secoli della
sua
storia; da
una
parte
uomini di
grande,
sublime
e raffinata
cultura,
come il
resto
dell’Europa e del mondo non ha mai avuto, e dall’altra
una
massa
di popolo delle varie regioni italiane, che parlavano il cosi detto dialetto
e che non sapevano leggere e capire quel pugno di uomini
addottrinati.
Il XV secolo fu il secolo
dell’Umanesimo che, sulle orme del Petrarca e del Boccaccio, giunse ad
un’espressione condita di
Latino
e, pertanto, ancora più lontana dalla lingua
latina,
parlata dal popolo delle varie regioni italiane.
I grandi scrittori del
Quattrocento cominciarono a sentire, così, il disagio di scrivere senza essere
letti, se non dagli addetti ai lavori. Cominciarono essi, in qualche
modo,
ad ammettere nella
loro
scrittura qualche parola del linguaggio usato dal popolo.
Si
pensi, specialmente, al Pulci, al Sannazzaro e allo stesso Lorenzo de’Medici.
La
vera
guerra
linguistica, però, in Italia scoppiò nel Cinquecento. Fu questo il secolo in cui
la questione della lingua
si
dispiegò in
modo
approfondito nella penisola.
Si
pensi al libro di Pietro Bembo
Prosa
della volgar lingua (1525), ed
a Il Corteggiano del Castiglione e alle correzioni linguistiche che
apporta l’Ariosto all’Orlando
Furioso
tra l’edizione del 1516, quella del 1521 e quella del 1532.
Il Bembo, nel libro della
Prosa
della volgar
língua,
ritenuta la
prima
grammatica della lingua italiana, sostiene che
si
doveva scrivere prendendo a modello l’elegante
monolinguismo del Petrarca.
Censura
egli, perfino, Dante
per
avere usato vocaboli troppo realistici e talvolta di cattivo gusto.
Il Castiglione, invece,
sosteneva che la lingua italiana non
si
doveva limitare ad imitare il Petrarca, ma doveva,
per
così dire, saper accogliere tutto
quanto
di buono avevano creato e creavano, dal punto di
vista
linguistico, gli scrittori che avevano operato e operavano nelle varie corti
italiane.
È
evidente
che il Castiglione, come uomo di
corte,
mirava ad un compromesso linguistico di
alto
livello, senza escludere gli apposti provenienti dagli scrittori, che vivevano
nelle corti, cioè nelle istituzioni politiche e culturali che facevano
gloriosa
la civiltà dell’ Italia del secolo XVI.
Una
posizione
diversa
da quella del Bembo e del Castiglione venne difesa da Niccolò Machiavelli nel
famoso
Dialogo della lingua,
composto
intorno al 1520, dove sostiene che la lingua italiana doveva essere quella che
si
parlava a Firenze.
Chi
vinse, però, fu il Bembo e la lingua italiana
si
sviluppò col marchio del Petrarca. Questo fatto, però, doveva avere come
consequenza l’allargamento dello iato tra la lingua letteraria, che il popolo
delle varie regioni italiane non poteva riconoscere come
sua.
Ciò spiega che, non
per
nulla, proprio all’inizio del Cinquecento, insieme con la lingua letteraria
nella letteratura italiana, comincia a farsi
largo
la creazione artistica in dialetto.
Si
pensi,
solo
per
fare qualche esempio, ad Angelo Beolco, detto il Ruzante (1502-1542) che compone
delle opere in dialetto veneto di
alto
valore come la Betìa, Bìlora e Ménego, intitolati Dialoghi in lingua
rustica,
per
non parlare delle sue commedie dialettali Moscheta e Fiorina.
E nel Seicento anche abbiamo
alcuni capolavori in lingua dialettale.
Si
pensi a Giambattista Basile (1575-1632) e a Giulio Cesare Cortese (1575-1627).
Come
si
vede, a cominciare dal Cinquecento, la letteratura italiana
si
sviluppa percorrendo due strade:
una
la lingua italiana letteraria di
alto
livello e un’altra lingua dialettale di non meno
alto
livello.
Questo sarà il suo
destino
sino
ad oggi. E a scanso di equivoci diremo che la creazione letteraria in
dialetto non nasce da menti incolte, bensì da menti coltissime che sentono,
però, la vocazione di esprimersi in dialetto.
A questo punto, ci pare
inutile soffermarci dettagliatamente sulla questione della lingua in
Italia
durante
i secoli XVII e XVIII.
Basta
dire
solamente
che la questione della lingua nella penisola è stata
sempre
viva
nel secolo del Barocco e in quello dell’Arcadia e dell’Illuminismo.
Per
non citare altri, citiamo
solo
il
poeta
arcade-illuminista Vincenzo Monti (1754 - 1828), che
si
mise in polemica col Cesari e i puristi, e compose la
famosa
Proposta
di alcune correzioni, ed aggiunte al Vocabolario della Crusca,scritta
dal 1817 al 1826 e comprendente ben sette volumi.
Il Monti in Italia fu il
primo
a difendere la lingua dell’uso,
vale
a dire che non ci debba essere differenza tra la lingua che
si
parla e quella che
si
scrive.
Fu, però, all’inizio del
secolo XIX che avvampò la polemica tra i seguaci del
Classicismo
e i seguaci del Romanticismo.
Questa fu
una
battaglia epica e la vinsero i romantici con a capo Alessandro Manzoni (1785-
1873).
Quale lingua usò nell’edizione de
I Promessi Sposi del 1840 il nostro Manzoni?
Per
rispondere a questa domanda è necessario tener
presente
che il Manzoni esordì come scrittore e come
poeta
da illuminista e quindi come classicista sotto l’influenza del Monti. I
componimenti giovanili, composti
prima
della conversione al cattolicesimo (1810), e quelli composti tra il 1812 e 1822:
Gli Inni Sacri, Le Due tragedie, Il Conte di Carmagnola e
L’Adelchi e il Romanzo Fermo e Lucia, li scrisse con un linguaggio
classicheggiante, nonostante pure avesse aderito al Romanticismo tra il 1816 e
1818, l’anno della fondazione del “Conciliatore”, l’organo dei romantici
italiani. Addirittura l’edizione de I Promessi Sposi del 1827 risente
della
sua
educazione linguistica classicheggiante.
Diversa
è, invece, la lingua dell’edizione de I Promessi Sposi del 1840.
Quale fu la ragione del mutamento
della lingua in questa edizione?
La ragione fu soprattutto
politica. L’Italia
si
avviava al Risorgimento politico nazionale.
Nel 1828, erano scoppiati i
primi moti popolari contro gli austriaci. Il
poeta,
come patriotta e, nonostante, cattolico convintissimo, non seguì la posizione
della Chiesa, la quale
si
opponeva all’indipendenza e all’unità politica dell’Italia.
Era
convinto che
era
necessario che tutti gli italiani parlassero la stessa lingua. Il popolo parlava
il dialetto e l’italiano lo parlavano
solo
pochi letterati, che, a
loro
volta,
parlavano un italiano classico, non capito dalla
massa.
Ecco perchè, diceva il
nostro
Lombardo,
bisognava inventare
una
lingua italiana, la quale potesse essere intesa da tutte le popolazioni italiane
dal nord, dal
centro
e dal sud.
Come inventarla?
Di qua la
sua
scelta di “sciacquare i panni nell’Arno”,
vale
a dire di correggere la lingua de I Promessi Sposi del 1827, adattandola
alla lingua fiorentina perché, secondo lui, se
si
voleva creare in Italia
una
lingua popolare unitaria, non c’era
altro da fare che estendere la lingua fiorentina a tutta l’Italia, in
quanto
solo
a Firenze il popolo aveva parlato
sempre
l’italiano e lo continuava a parlare.
Ma il
problema
della creazione unitaria della lingua italiana
era
molto più complesso di
quanto
ritenesse il Manzoni. In fondo egli pensava che fosse semplice fare adottare
dalle polopazioni italiane la lingua che parlava il popolo fiorentino. È chiaro
che la soluzione che il Manzoni cercò di dare all’annosa questione della
lingua in Italia fu
una
soluzione astratta.
Far parlare ad un veneto o
ad un
siciliano
o ad un pugliese o a un
lucano
la lingua che
si
parlava a Firenze
era
lo stesso che gli
si
volesse far parlare l’iglese o il francese o il tedesco o la lingua che
parlavano i letterati colti italiani.
E
chi
avviò a soluzione
vera
su
una
base
realistica e scientifica la questione della lingua in Italia fu un
grande
glottologo: Ascoli Graziadio Isaia (1829-1907).
Egli,
nato
a Gorizia, fu un
grande
studioso di lingue sanscritiche ed ebbe il merito di creare la
prima
cattedra di linguistica scientifica comparata in Italia, a Milano, della quale
ne fu anche titolare. L’Ascoli, in parole povere, dopo aver individuato le
ragioni storiche, avendo permesso alla Francia ed alla Germania di aver un
idioma
nazionale, sosteneva che nessuna lingua può avere
una
vera
base
se non
si
fonda su ciò che essa è stata capace di creare nei secoli
per
via
della scrittura. Perciò, secondo lui, la lingua unitaria italiana doveva avere
per
base,
unica e
sola,
la scrittura che tutti gli scrittori italiani, in qualunque regione fossero nati
e avessero operato, avevano lasciato ai posteri. Quindi
era
un
falso
problema
quello di dire che la lingua italiana dovesse essere popolare e colta perché non
poteva essere che quella che gli scrittori italiani avevano creata lungo i
secoli, diceva il
grande
illustre:
Nessun paese, in nessun
tempo,
supera o raggiunge la gloria, se badiamo al
contingente
che spetta a ciascun popolo nella
sacra
falange
degli uomini grandi. Ma la proposizione fra il numero di questi e gli studi dei
minori, che li secondino con l’opera assidua e diffusa, è smisuratamente
diversa
fra l’Italia ed altri paesi civili, e in specie fra l’Italia e la Germania,
sempre,
però, in danno dell’Italia”.
Ed aggiungeva:
Qui vi furono e vi
sono
per
tutte quante le discipline dei veri maestri; ma la greggia di veri discepoli è
sempre
mancata.
Partendo da queste idee,
egli giungeva alla conclusione che l’unità linguistica al popolo italiano poteva
derivare
solamente
dall’innalzamento culturale dello stesso popolo.
Solo
il popolo italiano poteva sperare di essere illuminato da
una
luce linguistica unitaria che risplendesse
per
tutti gli italiani di tutte le regioni e di tutte le classi sociali.
Questa fu la
grande
lezione scientifica ed umana che Ascoli Graziadio Isaia lasciò al popolo
italiano alla fine del XIX secolo. E questa lezione gli Italiani del XX secolo
non l’hanno dimenticata, anzi
si
sono
sforzati di metterla lingüisticamente in pratica. E noi siamo fieri di
trasmetterla ai nostri allievi, sia se operiamo in Italia e sia se operiamo
all’estero.
BIBLIOGRAFIA
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FLORA,
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SIMONETTI, F. Il Percorso
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Rio
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